lunedì 16 febbraio 2015

KATHMANDU È QUI


Bellissima festa, ieri alla scuola JICE, dove tempo fa mi sono spezzato le corna a (provare a) imparare il giapponese. Un anno fa c’era stata la prima di queste feste, ma ieri tutto è cambiato. Le pentole e gli spettacoli sono stati affidati agli studenti, oggi in gran parte nepalesi, bengalesi, vietnamiti e cinesi. I gringhi, fra cui il mio compaesano Goya-san, sono diventati un’esigua minoranza, una nicchia. Nell’ultimo anno, grazie alla possibilità del visto di studio che permette di lavorare part-time, e grazie a un programma di scambio studentesco fra Okinawa e il Bangladesh, Naha ha visto un afflusso esponenziale di asiatici di quelle regioni. In buona parte qui per trovare un lavoro, usando lo studio del giapponese come una scusa. Come sempre l’immigrazione porta lati positivi e lati negativi. Ieri io ho visto soprattutto i primi.
  







Gli spettacoli alla festa hanno rappresentato al meglio la gioiosità di quei popoli. Danze scatenate in sari, tra Bollywood e le commedie sexy indiane. Teatro da far sbellicare (i bengalesi a caccia di un arbaito, lavoro part-time; una parodia vietnamita del cattivo contadino che si ubriaca e fuma Marlboro). Performance di karate e di spada, quest’ultima impugnata da una russa cattivissima. Hip-hop filippino. L’inno bengalese cantato tutti in piedi con una mano sul cuore. Canzoncine giapponesi cantate da cori con membri di una dozzina di Paesi. E, non poteva mancare, uno spettacolo tambureggiante di okinawaissima Eisa, anche se chi sbatteva sui tamburi erano delle filippine. Tutto MOLTO bello e divertente (e con MOLTA gnocca multicolor, by the way).

 





In parallelo all’orgia di musiche, ombelichi e occhietti ammiccanti c’è stata pure l’orgia di calorie, altrimenti che festa sarebbe stata. Il maestro dello slow-food, il mio amico Goya, ha pianificato per un’intera settimana un ottimo menù da servire al Goya Café. Purtroppo, però, è stato travolto dal fast-food all’asiatica sul campo di battaglia, l’attrezzatissima cucina della scuola. Dopo aver steso ettometri di tagliatelle fatte a mano, sfornato tortine alla frutta bellissime e buonissime, è stato fagocitato dall’orda vietcong. Il terzo piano della scuola si è trasformato in una bailamme di piatti saporiti, dalla Mongolia a Taiwan, passando per tutto il resto dell’Asia. L’amico inglese Jon ha fatto il suo delizioso stufato, e per fortuna me ne ha lasciato un bicchierino, perché da che mondo è mondo o si fotografa o si mangia, ma le due cose assieme non funzionano granché. Arrivato alle due e mezza con le viscere in mano, avendo le cavallette spazzolato tutto ciò che c’era di commestibile (unici avanzi: zuppette russe), mi sono chiuso in cucina con Goya e con pochi fidati pasdaran e abbiamo spezzato le reni alle ultime tagliatelle.

 






  
Al piano superiore c’era una mostra antropologicamente interessantissima. Gli students avevano disegnato cartine dei loro Paesi di provenienza. Goya, unico membro italico di quella struttura, da bravo partigiano felsineo ha dato il giusto rilievo alla mitica Bulàgna, lasciando in secondo ordine le altre inutili città italiane. Poi qualcuno, ma non voglio fare nomi, ha stampato dei facsimile di LIRE italiane come valuta del Bel Paese. Rimasto un filo indietro o, visti i tempi che corrono, preveggente.

 






La baraonda è finita come da copione alle tre del pomeriggio, e come sempre in Giappone, un minuto dopo tutto era evaporato, pulito, riordinato. Lo slow menu di Goya aveva previsto anche le bolognesissime, carnevalesche sfrappole, che i coatti di altri regioni minorate chiamano chiacchiere, frappe ecc. Avendo, però, l’orda mongola okkupato le cucine non ci sono stati i tempi tecnici per portare a termine l’Opera. Alle 3,01 è piombato nelle cucine lo sbirro della scuola, un filo-rambo con il gel che, da buon gallo nel pollaio, ha messo tutti gli studenti in riga a lavare i grassi. Ho quindi dirottato Goya, a corvée conclusa, verso la mia dimora, dove tra pochi intimi abbiamo fatto un succoso sfrappola-party. Lo zucchero a velo non c’era, ma abbiamo usato quello di canna, purtroppo non quella italiana, che qui a Okinawa abbonda. Affatto male. Poi Satoka, come sempre, ci ha messo del suo, proponendo di fare le sfrappole con il S-A-L-E. È noto come ai giapponesi i dolci con il dolce sopra non piacciano. Dopo una prima doppia bestemmia, io e Goya ci siamo tirati giù le braghe e, OK, via di sale. Beh, sapete una cosa? Le sfrappole con il sale sono B-U-O-N-I-S-S-I-M-E! Se solo ci fosse qualche fettina di prosciutto da ‘ste parti, però, diobonino.