martedì 28 gennaio 2014

I HAD A DREAM


Centesimo post, bisogna festeggiare. Come? Se mi è permesso, raccontandovi il sogno della notte scorsa. In questo periodo sto cercando di finire di leggere, con estrema fatica, Plexus di Henry Miller. Caratteri lillipuziani, refusi a ogni riga, traduzione d’antiquariato. Il libro, sopravvalutato, è infarcito di sogni lunghi settecento pagine. Io, nel mio piccolo, sarò breve.
   

Uscendo da casa, come tutti i santi giorni, sono passato davanti all’ingresso della villona del governatore di Okinawa, qui a Naha. La reggia si trova alla fine di una stradina che si affaccia su Yogi Park, giardino pubblico amato dagli alcolisti e dai gatti randagi. Essendo il governatore un venduto, eletto promettendo ‘Non più basi agli americani!’, e avendo poi rimangiato la parola appena Abe ha promesso di ricoprire di yen fitti lui e i costruttori edili che lo appoggiano in cambio del permesso di sventrare la Baia di Henoko, far fuori i suoi dugonghi e al posto loro costruire un’altra enorme base militare americana, la ggente si è incarognita. Tanto che la polizia ha dovuto mettere delle transenne e un picchetto permanente di sbirri all’ingresso della via.

 

Stamattina il pueblo era così incazzato con il voltagabbana che, in una seduta non programmata del governo locale, il governatore è stato destituito coram populo. È stato degradato a bidello in una scuola elementare periferica. Le transenne sono state tolte, così la mia gatta randagia preferita è potuta tornare a casa sua, l’albero che ha la sfortuna di fare da ingresso alla via della reggia. Al posto del bugiardo prezzolato si è insediato Susumu-san, già sindaco di Nago per più mandati, rieletto di recente grazie al suo dichiarato antimilitarismo e al suo altrettanto dichiarato filodugonghismo.

 


Il passo successivo è stata una rivolta popolare in tutto l’arcipelago. Finalmente l’esercito delle oba-chan (le nonne indigene), ma anche quello dei giovani biondi e delle yellow cab (le girls a tassametro specializzate in rambi), si è unito contro il nemico comune: l’occupante a stelle-e-strisce. Nulla di violento, per carité, si sa che i gringhi hanno spalle e ossa grosse tirate su a vitamine e beefstecche monsante, con loro è meglio non fare a cazzotti. La rivolta, semmai, è stata di tipo tardo-gandhiano: sciopero su tutti i fronti. Fantascienza, come i sindacati e i referendum, qui in Giappone. Le oba-chan hanno smesso di vendere patate ai soldati, i giovani di bere acqua Budwaiser, i tassisti di scarrozzarli su e giù dai soaplanad e le yellow cab hanno chiuso le serrande dei negozi tra le gambe. Niente più patata di alcun genere per gli alieni in uniforme.

 



Dopo un paio di settimane così gli americans hanno sentito terra bruciata attorno a loro. Finite le dodicenni da stuprare in libera uscita alcolica. Finite le patate. Finita la birū. Finite le bolle di sapone. Che vita da ufficiale e galantuomo è mai questa?, si sono chiesti all’unisono i soldiers, entrando a loro volta in sciopero. I loro top gun non si sono più levati in cielo, i gabbiani finalmente hanno potuto respirare aria pulita e non essere risucchiati dai reattori degli aerei. I nuovi, sboronissimi elicotteri V-22 Osprey non hanno più frullato alberi e coglioni nel villaggio di Takae, nel cuore della foresta Yanbaru. La Yanbaru Kuina (Gallirallus okinawae), l’uccello endemico di quella regione e in pericolo di estinzione, ha potuto di nuovo trombare e deporre uova in santa peace.



 Da Okinawa a Washinghton D.C., via Tokyo, la notizia è volata in fretta. Il Pentagono, avendo già un migliaio abbondante di rogne assortite sparse per il globo, ha deciso di dirottare il proprio contingente riottoso verso altri lidi. Come in un Risiko davanti a un par de canne, metà armata è stata spostata alle Hawaii – si sa che ai marines piace il surf -, l’altra a Pattaya – si sa che ai marines piace la pussy.

Così, di botto, Okinawa si è ritrovata con un sacco di terreno libero in più, e con un sacco di soldi in meno. La popolazione, intossicata da mezzo secolo di dipendenza economica da Tokyo sponsorizzata dai bombaroli di Hiroshima e Nagasaki, in un primo momento non ha saputo che diamine fare. I venditori di hamburger di Koza si sono ritrovati con un’infinità di mucche vive in giardino a muggire e cacare tutto il dì. I negozianti pachistani di abbigliamento maraglio hanno avuto rimanenze di magliette e pantaloni XXXXXXXXL divenuti impossibili da spacciare agli altri mortali. Le zoccole filippe dei bar per veri uomini veri si sono trovate costrette a vendere balot, le uova con l’aborto di pulcino dentro (potenti afrodisiaci, a sentir loro), in strada. I ristoranti indiani, però, hanno potuto ricominciare a impestare i loro piatti con l’odioso coriandolo, non avendo più clienti rompicoglioni ai tavoli (in realtà non avendo più clienti e basta). Non tutto, dunque, si è rivelato da buttare.

 

In realtà questo improvviso crollo delle entrate ha sviluppato un materiale organico che da troppo tempo, nell’assolata e pigra Okinawa, vegetava inerte: il neurone. Il rimpasto nel governo locale ha richiamato dall’estero qualche cervello fuggito illo tempore . All’Ente del Turismo è subentrato un manager plenipotenziario che ha proibito l’accesso in porto agli schettini e alle navi-città con il loro carico di bestiame annoiato. Lungo Kokusai-dōri, la via dello shopping sciocco per turistazzi, sono stati proibiti i borsellini fatti con le rane e i bicchieri vietnamiti. Mancando la materia prima da comprare, sono scomparsi pure i turisti cinesi, gli unici ad acquistare roba così e a lasciare sul selciato scaracchi cosà.

 


Il nuovo manager del turismo è riuscito anche a fare pressione sulla potente mafia del mattone, fino all’altro giorno vera impalcatura dell’economia dell’arcipelago. I palazzinari yakuzi hanno seguito i militari americani nelle nuove destinations, ma sono presto entrati in conflitto con le mafie hawaiane e thailandesi, meno famose al cinema ma non per questo meno cazzute.
Le pressioni sull’assessore al Lavoro e su quello alle Infrastrutture hanno fatto sì che, in sinergia con l’assessorato al Turismo, ci fosse anche un’inversione di rotta architettonica. Le ruspe si sono fermate in tutto l’arcipelago e hanno smesso di abbattere le bellissime case tradizionali, fino a ieri cadute quotidianamente per mano dei bulldozer per fare spazio al Nuovo e al Moderno, cioè ai condominiazzi privi di anima. I nuovi manager sono riusciti a scovare un po’ di $ponsor locali e a far cacciare loro qualche copeco, destinandolo alla ristrutturazione delle vecchie case. Le hanno così trasformate in bellissimi boutique hotel che hanno già iniziato a richiamare turisti europei, gli unici per i quali il passato e la tradizione abbiano un senso. Visto il nuovo trend, le grandi catene alberghiere americane sono emigrate a fare danni altrove. Ora Okinawa sta vedendo un costante e crescente afflusso di turismo ‘culturale’, a stecchette (coppie, singoli, piccoli gruppi), ma altamente motivato.

 


A me – amo essere protagonista, anche nei sogni – è stato concesso di trasformare in realtà un vecchio progetto. Ho ricevuto l’incarico di Gestore Supremo di un programma di tutela dei gatti randagi di Naha. Ogni mattina vado a caccia con un furgoncino, ad accalappiare mici vagabondi. Li porto in una clinica veterinaria di fiducia dove li curano e li sterilizzano. Poi li restituisco al luogo di provenienza o li lascio a Yogi Park, dove possono vivere liberi e lontani dalle ruote delle strade.

 

Tutto questo nell’arco di una notte, farcito da un bel po’ di sognetti porno, gli unici che mi permettono di trovare sonno. Stavo già innestando la quarta per l’episodio successivo, quello in cui Okinawa mandava definitivamente Tokyo affanculo, tornando alle glorie del Regno di Ryūkyū indipendente. Indovinate chi avrebbero incoronato Re. Poi, però, alle sei e porcaminchia mezza, è suonata la sveglia. E lì sono cominciati i cazzi, quelli veri.



domenica 19 gennaio 2014

IN BOCCA AL LUPO, SUSUMU!


Giornata indimenticabile, ieri a Nago. Non tanto per il freddo lurido – il naso mi gocciola sulla tastiera del computer -, ma per la situazione. Oggi, nella città a nord di Naha, si vota per l’elezione del sindaco, e ieri i sostenitori dei vari partiti si sono affrontati pacificamente, alla giapponese, per le vie di Nago. Furgoncini agguerriti, armati di altoparlanti e di ciurma con guantini bianchi dal candore impeccabile, a urlare slogan per le vie della città e a salutare tutto e tutti. Comportamento molto civile – alcuni opponenti, addirittura, si scambiavano dépliant elettorali, ringraziandosi a vicenda… -, anche se i timpani mi fischiano ancora. Ho passato un intero pomeriggio a seguire la cosa, anche se la partenza è stata velenosa. Sull’autobus per Nago – a un’ora e mezza da Naha – mi si è seduta di fianco una stagionata filippina, mia compagnuccia di tentativo di studio del giapponese in una scuola che offre corsi gratuiti. La nonna andava a trovare il figlio e mi ha tramortito di chiacchiere (i filippini sono un po’ i napoletani d’Asia, gran simpaticoni e festaioli, però dotati di troppi dèi, troppi figli e troppa logorrea, tutti ingredienti pesantini sulla lunga distanza). A tre quarti del viaggio sono scappato verso un posto a sedere a distanza di sicurezza (“Mi scusi, devo dormire un po’, altrimenti faccio le foto storte”).
  





Arrivato a Nago ho subito scovato uno degli uffici del mio candidato (se solo potessi votare). Si tratta di Susumu Inamine, sessantotto anni portati con cuore da leone. Sindaco in carica, in pratica è l’unico politico di alto livello di Okinawa a opporsi alle basi americane e ad Abe. L’unico ad aver tentato di sviluppare in loco un’alternativa commerciale e lavorativa ai sussidi di Tokyo. Il primo ministro Abe ha promesso di inondare l’arcipelago di soldi se la cricca politica locale gli permetterà di portare a termine il proprio programma: ampliare a dismisura le basi americane già presenti nell’arcipelago. In particolare quella di Henoko, a breve distanza da Nago. Lì, in una bella baia che è un insostituibile ecosistema per i dugonghi, c’è già una base (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/la-questione-americana.html). Con il nuovo progetto, però, verrà ampliata così da ‘trasferire’ quella di Ginowan. In pratica, però, le basi saranno raddoppiate. Il disastro ambientale, ancora uno, è dunque alle porte. Il governatore di Okinawa lo appoggia, dopo essere stato eletto al grido di “non più basi”, rimangiato al volo appena Abe ha iniziato ad aprire il portafogli. Molta gente di Okinawa e del Giappone, però, non ci sta. E ieri ha protestato in massa, appoggiando la candidatura di Susumu-san, l’unico politico che ha accolto a braccia aperte Oliver Stone quando il regista ha visitato Okinawa qualche mese fa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/08/una-serata-con-oliver-stone-evening.html). Mentre sto scrivendo si vota, fino a stasera, poi i giochi saranno fatti. E, comunque andranno le cose, anche se Susumu-san dovesse perdere (come danno i pronostici: il denaro di Abe fa gola a troppa gente, speculatori edilizi che appoggiano il governatore in primis), per chi lo ha appoggiato ieri è stata una giornata davvero bella. E a me piace qui ricordarlo.

 







Nell’ufficio che ho visitato mia moglie Satoko e molti altri hanno fabbricato incessantemente dugonghi-origami per tre giorni, da distribuire nelle strade. Una signora che da anni di batte per Henoko ha fabbricato e tinto con colori naturali i fazzoletti blu indaco dei ‘susumisti’ (le sue mani erano diventate blu cobalto). 




Mi ha fatto un po’ impressione vedere che il blu ‘berlusconiano’ qui è simbolo dei progressisti, così come il verde ‘padano’ il colore di Abe. 






Il motto dei sostenitori di Abe è 'I love Okinawa'.
Chissà che cazzo intendono, per 'love' (mattoni? soldi? basi militari?)


Verso le due e mezza siamo usciti per una piccola sfilata attraverso le vie del centro. Una donna indossava un caldo costume da dugongo di peluche (beata lei) e ha salutato le auto di passaggio e ballato con i bambini al suono dello sanshin (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/sanshin-okinawa-in-musica.html). Satoko ha distribuito dugonghi di carta a chiunque respirasse, mentre un simpatico Bob Dylan locale intonava canzoni pacifiste e ambientaliste.

 








































Durante la nostra processione siamo finiti in un’antica distilleria di awamori (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/awamori-lo-spirito-di-okinawa.html), ma mi sa che il tipo che era lì a lavorare – uno dei soli tre rimasti a sgobbare all’antica – era un pasdaran di Abe. In pratica ha scacciato dugonghi e musicisti dal giardino, senza troppi giri di parole. E, a mala voglia, mi ha permesso di ficcare il naso tra le botti a fare qualche foto. Prima di andarmene ho proposto a Satoko di allungare con un po’ di mie gocce personali il contenuto di una botte (come ho detto faceva freddo e la diuresi correva a briglia libera), ma mi ha detto che forse non era il caso. Certo che se lo meritavano, visto anche quello che spacciano (bottiglie per alcolisti con la foto dei bebè…).

 


Lentamente il nostro gruppetto si è unito ad altri, alternati a numerosi fotografi e giornalisti – ho pure incontrato il corrispondente di Le Monde. Tutti i partecipanti, una marea blu, sono confluiti a un incrocio di dimensioni XL dove, dopo un po’, è arrivato Susumu-san. Folla in visibilio, molti stringimani, bandiere sventolanti, click dei fotografi. Il sindaco è salito sul tetto di un furgoncino e, preceduto e seguito da un’infinità di chiacchiere dei suoi sostenitori, ha fatto un discorso di durata decente, acclamato dai più. La folla era eterogenea, bambini e bisnonne, blogger di tendenza che narravano l’evento dal vivo e gente che si era annodata corde blu per spedire i pacchi al cranio. Poi, come le chiacchiere sono finite, tutti si sono diretti altrove. In Italia, in una situazione del genere, sarebbero rimasti sul selciato almeno un paio di carabinieri e qualche tonnellata di immondizia. A Nago, in quell’incrocio, non è rimasto nemmeno un coriandolo blu.

 
















I sostenitori di Susumu-san hanno continuato a distribuire dugonghi fino alle otto di sera, a tenebre calate. A quell’ora avevo un inizio di broncopolmonite, ma ciò non mi ha impedito di avvistare, dall’altra parte di una grossa strada, il furgoncino elettorale di Yamamoto Tarō (山本 太郎), giovane ex attore di successo, boicottato dall’industria del cinema giapponese dopo che, a centrale di Fukushima implosa, ha deciso di battersi in politica contro il maledetto nucleare. Tanto da diventare deputato e, qualche mese fa, avere le triple palle per consegnare di persona una lettera sulla rognosa questione all’intoccabile imperatore (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/03/fukushima-due-anni-dopo.html). Ieri sera l’ho incontrato mentre, circondato da supporter modelle, ne diceva quattro al microfono, diretto agli automobilisti di passaggio dall’incrocio, ai quali elargiva instancabili sorrisi e inchini. Molti lo chiamavano dai finestrini per stringerli la mano. Anch’io gli sono corso dietro – mi sono sentito come una studentessa di quattordici anni - per stringergliela e gli ho detto, in inglese: “Sono italiano, ma vivo qui. La ringrazio per tutto ciò che sta facendo. Continui così, per favore!” Lui mi ha regalato un sorrisone dei suoi.




ULTIM'ORA:
SUSUMU HA VINTO!!!
EVVAI!