martedì 24 dicembre 2013

BABBO NATALE ESISTE



L'altro giorno, alla conclusione dei primi due mesi di sgobbo alla scuola elementare Takara, mi è stata affidata una Missione più unica che rara, quella di Babbo Natale, aka Santa Claus. Come unico maestro gaijin avevo quasi il dovere morale di indossare l'abito rosso Valentino e fare ciò che mai in vita mia avrei mai immaginato di fare. Coadiuvato da cinque maestri vestiti da Takara Power Rangers (con corna da renna sulla testa), abbiamo fatto irruzione nella palestra della scuola davanti a novecento bambini e svariati adulti. Guidavo una specie di papamobile ricavata da un carrello a quattro ruote piuttosto instabile ma con briglie fatte di fili luccicanti da albero di natale, ideali per frustare le mie renne. Ho consegnato un sacco pieno di regalucci ai cinni della prima elementare, dandoli ai loro sei rappresentanti (altrettanti mini-babbi natale). Un po' di oh oh oh qua e là, mentre i TPW elargivano i regali ai bambini delle altre classi. Poi, dopo il Merry Christmas + Happy New Year di rito dato all'intera platea via microfono, ho inforcato di nuovo la slitta e sono stato riaccompagnato nello sgabuzzino della palestra, tra le ovazioni del pueblo. Pochi minuti e poi via, di corsa a rimettermi in abiti borghesi per fare lezione. Alcuni bambini hanno sostenuto che io fossi Babbo Natale perché avevo le sue stesse scarpette brasiliane e/o il suo stesso nasone. Ai miei tempi i bimbi erano meno intelligenti. In coda a queste preziose foto, fatte dal bravo collega Kimura-sensei, un video rarissimo in cui potrete toccare con mano uno dei Grandi Misteri dell'umanità: Babbo Natale esiste davvero.







video

sabato 21 dicembre 2013

OGGI HO SCRITTO UNA CARTOLINA A OBAMA


 

Nonostante oggi a Naha ci fosse un certo freddo porco, alle quattro del pomeriggio ero davanti al municipio, lungo Kukosai-dōri, assieme alla fida Satoka e a quattro gatti facinorosi. La mission era una mini-dimostrazione contro il nucleare di Abe. Satoka mi aveva preannunciato che la cosa sarebbe stata di minime proporzioni, ma non mi aspettavo che sarebbero state così minime.





  
In ogni caso è stato divertente. Prima abbiamo parlato un po’ con la gente che da oltre dieci anni presidia la parte esterna della base militare americana nella baia di Henoko, vicino a Nago. Lì stanno per ampliare l’area concessa ai rambi, distruggendo il prezioso ecosistema, habitat di lamantini di mare (dugonghi) e di altre specie in pericolo. Oggi i difensori di Henoko, oltre a raccontare all’altoparlante ciò che pensano delle basi americane e dei politici locali che permettono loro di continuare a esistere, hanno avuto un’iniziativa molto carina: spedire delle cartoline indirizzate a Mr. President, in arte Barack Obama. Anch’io e Satoka ne abbiamo mandata una cadauno/a. Lo so che, se mai arriveranno a Washington D.C., bene che vada finiranno nella carta da riciclare. Ma erano molto carine e sai mai che là trovino un sotto-sotto-sottosegretario illuminato addetto allo smistamento della posta inviata dai miliardi di gente che s’è rotta della politica estera americana nei quattro angoli del globo e che, in qualche modo, le faccia arrivare al destinatario…

 



Fatto il mio dovere di difensore di dugonghi, sono passato a fare il mio dovere di difensore del mio culo e di quello di chi mi circonda: genpatsu iranai! (‘Non ho bisogno dell’energia nucleare!’), questo il grido di battaglia di noi quattro gatti lungo Kukosai-dōri. Ero l’unico gaijin del mazzo, per di più dotato di orecchie natalizie con cartellino No nukes!, per cui parecchi turisti mi hanno guardato con aria di ‘quali droghe avrà preso?’. Fotografavo il corteo, capeggiato da due babbe natale scosciate e dotate di altoparlante e tamburello. I passanti, i negozianti e i turisti ci osservavano come di solito si fa con gli zombie, ma qualcuno è stato carino e ha preso i nostri volantini. Quelli che votano Abe ci schivavano come untori di peste. Satoka, da vera fricchettona-pacifista ha disegnato un cartello tratto dalla copertina di un disco di John Lennon. Un filo fuori tempo, ma pur sempre ricco di sentimento. Arrivati di fronte a Starbucks abbiamo salutato i carbonari sognatori, minoranza colorata ma viva in un Giappone avvolto su se stesso, e siamo andati al mio corso di lingua italiana. Due biscotti per recuperare gli zuccheri consumati durante la camminata, e via a spezzare le reni a congiuntivo e condizionale.














domenica 15 dicembre 2013

IESU A YOGI PARK


Ieri, come ogni sabato mattina, si è tenuta un’adunata religiosa di ‘beneficenza’ pilotata dalle chiese americane con la complicità delle seguaci di Okinawa, una minoranza che, ogni tanto, si fa sentire. Avevo già raccontato di questo piccolo evento ricorrente (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/07/un-sabato-diverso-yogi-park-different.html), e un paio di settimane fa ero rimasto piuttosto impressionato dalla focosità di un predicatore di Taiwan invitato a spargere la Parola del Signore (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/12/hasta-luego-jose.html). Lui, più che spargere, urlava e imponeva, facendo(mi) venire una certa voglia di bottigliate sulla (sua) nuca per riportarlo alla calma che dovrebbero avere i buoni cristiani. Ma in tempi di forconi vaganti forse è bene che anch’io mi dia una calmata, dunque mi limiterò alla cronaca.
  




Ieri, in parallelo a un evento simile ma quasi oceanico a Tokyo, mi aspettavo qualcosa di più grande del solito, anche se nella piccola Naha (circa un centesimo, come numero di abitanti, della megalopoli-capitale). Invece il numero di cristiani era più o meno quello di sempre. Stavolta coadiuvati da un gruppo particolare, quello dei Black Onix, bikers afroamericani. “Siete membri di qualche chiesta?”, ho chiesto subito loro, appena li ho visti che impacchettavano un miliardo di hamburger e hot-dog per il pueblo affamato. “No-no”, mi hanno risposto in coro. Poi, però, poco dopo, richiamati in una mini-adunata mistica, una preghiera in giapponese e in inglese, si sono dati tutti la manina, a occhi chiusi e in circolo, mentre chiacchieravano con l’Alto dei Cieli. Non so, ma io ho un concetto un filo diverso di ‘non appartenere ad alcuna chiesa’.





  
In ogni caso la festicciola mistico-beneficente si è svolta come da copione. Musichette quasi di Okinawa mescolate a ritmi e canti di chiesa che hanno infervorato qualche ballerina ottantenne (una di queste ha mescolato, non senza maestria, le danze tradizionali di Okinawa al kung-fu). Un signore-ballerino di una certa età ha dimostrato che è possibile non invecchiare mai, indossando una maschera fantastica autoprodotta. In parallelo un giovane mescolava due bidoni da caserma pieni di curry e riso.

 



Verso mezzogiorno è iniziate la distribuzione delle pappe. Curry, panini americani, bibite alla mela artificiale e dolcetti assortiti, questi ultimi offerti da bimbi gringhi. Due di loro erano molto carine, con i cappellini da Santa Claus. Tra la fila di poveri che hanno preso il cibo (avventandosi sopra poco dopo) ho notato che ben pochi sembravano poveri. Tutti o quasi con vestiti decenti, zainetti colorati, qualcuno anche con musica e cuffiette. Satoka, che ha visto il mondo, mi ha detto che a Tokyo ci sono i poveri veri, quelli con e senza pezze al culo, ma che qui a Okinawa, sebbene l’arcipelago sia considerato la Lamezia Terme del Giappone, i poveri sembrano meno poveri.





Tra i leader dell’orgietta ne ho conosciuto uno particolarmente interessante. Quando ho fotografato la sua maglietta crocefisso-dotata mi ha spiegato che i geroglifici che apparivano di fianco al dio inchiodato erano il titolo di un film che unisce Yakuza a Cristo. Il boss della malavita, dopo averne fatte di cotte nonché di crude, un bel giorno, nel mezzo del cammin della sua vita spericolata, inciampa in un tal Iesu e lì, purtroppo, il film prende una brutta piega. Appena lo stano mi sa che lo guardo, ma solo il primo tempo.


Tutto quel curry che circolava mi ha messo un Signor appetito addosso, per cui ho lasciato bikers e preti mancati alle sante masticazioni e sono andato a caccia di cibo senza dover ringraziare chiese, americani né dèi. Nel mezzo del cammin della caccia sono inciampato in un eccentrico signore americano che avevo visto all’orgietta, a spasso con la moglie. Pure loro, come noi, avevano gli intestini in mano per la fame. 


Ci siamo diretti tutti assieme dal mio amico Kumar, un simpatico indiano proprietario del ristorante Raja, in una laterale di Kokusai-dōri (1-1-37 Makishi). Ci vado ogni volta che ho fame vera e voglio deliziarmi con veri curry e nan spettacolari e mango lassi da leccarsi i baffi. La coppia americano-giapponese (trent’anni e due gatti assieme) mi ha ringraziatissimo, e Kumar mi ha detto che il 20 farà una cena con tanto di ballerine del ventre. Come non andarci?



lunedì 2 dicembre 2013

MARATONA DI NAHA, L'ESERCITO DEI FORREST


Ieri a Naha si è tenuta l'immensa maratona, un evento sportivo che ogni anno richiama gente da tutto il Giappone e da Paesi vicini (Taiwan, Singapore, Hong Kong). Almeno 25.000 partecipanti registrati, in parte vestiti da matti, per spaccarsi gambe e tutto il resto lungo un percorso di 42 km. Nella mischia ho cercato il mio amico Pietro 2, con la maglia della Roma made in Thailand. Purtroppo ho solo visto dei laziali. E altre cosucce qui a seguire. Lo so, ho dei problemi con la socialità: non ho passato un solo minuto, alla maratona, senza chiedermi: perché corrono? 'ndo vanno tutti 'sti Forrest? Non ho ancora trovato risposte convincenti. Perdonatemi, ma sto entrando in quella fascia d'età che coincide con il sarcasmo di Andreotti, al quale chiesero: "Presidente, perché non fa un po' di sport? Le farebbe bene", e lui rispose: "Tutti i miei amici che facevano sport sono morti".